Consueto-Inconsueto (1)


Espressione che designa la possibilità e la capacità dello sguardo umano di trovare la “bellezza” (intesa in senso classico come qualità di un oggetto o situazione derivante da armonia, proporzione, equilibrio) in oggetti e situazioni in cui comunemente non si ritiene di trovarla e comunque laddove lo sguardo superficiale non si posa se non rifugge apertamente.

Il consueto è ritenuto banale, solito, irrilevante, non interessante né meritevole di attenzione se non brutto e dunque sgradevole (2)

L’inconsueto è al contrario non abituale, raro, bizzarro, soprattutto inaspettato, in distacco da quanto atteso e perciò fonte di piacevole sorpresa percettiva.

La scoperta dell’Inconsueto nel Consueto si attua per virtù e azione dello sguardo che riesce a vedere e svela il primo nel secondo.

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     1.     L’espressione è stata da me trovata nella rivista francese Réponses Photo e subito cooptata nel mio vocabolario col significato descritto.

     2.     Come nella fiaba del Brutto Anatroccolo e nella poesia sul rospo in Primo Levi, Storie naturali: “Vedi come in turpi veli / la virtù spesso si celi”.


Il paesaggio urbano  orientato alla ricerca di ampie campiture di bianco delimitate da neri profondi oppure il Consueto (vedi riquadro sotto) che vive di colore?

L'uno geometrico, minimalista e grafico, l'altro pittorico  e pressoché informale?

Appartengono secondo me entrambi ad una ricerca che trascende i generi e fa capo invece ad un bisogno di "bellezza".

Non a caso l'uno e l'altro si concretizzano grazie ad attitudini e finalità dello sguardo, denominatore comune.

Anche il paesaggio urbano ha i suoi "consueti", non soltanto il dettaglio più o meno spontaneo che si nasconde tra i "graffiti " dei muri, gli strappi dei manifesti o le palizzate dei cantieri. Non è tipico camminare in città con lo sguardo ad altezza vetrine, senza badare alle immagini più o meno potenziali che si dispiegano  a quote diverse?

O dar per scontato che la città sia per definizione piatta, banale e squallida (salvo beninteso alcuni scorci aulici peraltro triti)? Se ce lo domandiamo corriamo il rischio di scoprire un altro mondo.

Stabilito questo parallelo, ecco un campo di applicazione (così diremmo) che è riaffiorato da sé davanti ai miei occhi dopo anni di letargo. Dal 2017, quando proposi una mostra (una delle mie preferite) col titolo "Parole di carta, ruggine e colore"  i cui fondamenti si ripresentano ora nelle veste che vi sottopongo, dopo alcune fruttuose peregrinazionitra le vestigia di affissioni municipali.

Anche se i confini sono come sempre aleatori, il campo è appunto quello delle affissioni tormentate dagli agenti atmosferici, dove la materia - a cominciare dal metallo dei tabelloni - si è andata trasformando al pari della carta stampata su di esso incollata.

Stabilito anche che il "Consueto-Inconsueto" - vedi sottostante definizione autarchica  - è un atteggiamento dello sguardo, ecco un terreno assai fertile da dissodare: i resti della carta hanno forme e dimensioni che si distribuiscono e si integrano così come carta e metallosi compenetrano presentando affioramenti di ruggine sulle superfici, qua e là si trovano linee di varia origine e i confini della cornice dei tabelloni, a volte protagonista.


Fujifilm X-T5 con Fujinon 60mm 2.4 macro

Sony A7IV con Leitz macro-elmarit R 60mm 2.8 e Sigma 70mm 2.8 macro Art


Composizioni di carta e ruggine