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Un’America senza grattacieli e cowboys

nello sguardo puritano di Walker Evans

Chi, con il suo sguardo non este-tizzante, la sua visione essenzia-le e lucida, ha di fatto fondato negli Anni 30 una estetica poten-te e innovativa che influenzato con forza le generazioni future, proponendosi come snodo tra Atget e la contemporaneità? Signori, Walker Evans.

A 23 anni questo giovanotto di bell’aspetto e intelligenza, da St. Louis va a Parigi per imparare il francese e sviluppare le sue doti di scrittore. Ma incontrando personaggi come Hemingway e Fitzgerald ne resta intimidito e l’anno successivo rientra negli States. Era il 1927.

Qui frequenta l’ambiente degli scrittori e artisti di New York, ec-co l’incontro con la fotografia, complici Berenice Abbot, assisten-te di Man Ray, ed Eugène Atget (alla cui opera venne appunto introdotto dalla Abbot), perso-naggio chiave della fotografia dallo stile diretto e spassionato.

Ispirato dall’opera di Atget, scomparso proprio quell’anno, nel 1930, pubblica le sue prime opere e pochi anni dopo, nel ‘35,  si accorda - superando il suo at-teggiamento indipendente e insof-ferente - con la Security Farm Ad-ministration, organismo governa-tivo preposto al sostegno del pia-no di rilancio economico voluto da Roosvelt.

American Photographs è il titolo della mostra con cui nel 1938 il Museum of Modern Art di New York celebra questo suo lavoro, certamente il più noto, portando agli occhi del mondo quello stile che Evans stesso definirà in se-guito “documento lirico”.

Basilico: dignità e giusta distanza

“Fare dell’immagine fotografica un documento. Fare in modo che quel documento diventi arte e dare a quell’arte un incommensurabile valore sociale. E tutto nel più grande rispetto delle persone e delle loro condizioni, senza attaggiamenti pietistici... La sua è una fotografia senza enfasi, diretta e controllata, apparentemente molto semplice, con una profondità storica incredibile...”
“ Da lui noi fotografi abbiamo imparato non solo l’amore e il rispetto per il paesaggio, ma anche per i luoghi sofferenti e marginali, per la città moderna e le sue spettacolari contraddizioni, e anche l’aspetto già precocemente archeologico del suo passato prossimo. La sua lezione sempre attenta a restituire dignità e a osservare a una ‘distanza giusta’, equa, ci ha insegnato il rispetto per gli uomini e per le cose. Perchè è anche nella distanza, cioè nella misura dello spazio costruito dallo sguardo, che si trova una dimensione etica ed estetica del suo lavoro”
Dove a me paia...
disse Leon Battista

“ ...nel guardare a Evans ho adottato punti di vista meno precisi e perentori, accentuan-do così un asorta di finta tra-sandatezza che esiste in nuce nel suo lavoro anche quando fotografa frontalmente. Ho commesso alcune infrazioni a partire da quelle di Evans, o di altri come Atget. Una è proprio questa: partire dalla veduta frontale, ma non in modo cate-gorico. Non desidero utilizzare la frontalità assoluta del punto di vista centrale, meglio una frontalità dissimulata o legger-mente decentrata. E’ un modo per nascondere la propria ma-no, del resto anche Leon Batti-sta Alberti, quando consiglia ai pittori dove collocare il punto di fuga, afferma: ‘Poi dentro a questo quadrangolo, dove a me paia, fermo un punto il qua-le occupi quello luogo dove il razzo centrico ferisce’. 
Il punto di fuga non necessaria-mente deve essere al centro del quadrangolo: ‘Dove a me paia’, dice Alberti.
(Guido Guidi)

Lincoln Kirstein, presentandone all’epoca il catalogo, ritenne che l’aspetto più singolare del linguag-gio di Evans sia “la purezza o piuttosto il suo puritanesimo. La fotografia ‘ diretta’ non riguarda solo la tecnica, ma il suo modo di guardare ... E’ questo a rivelare un’attitudine puramente protestante: essenziale, lucido, freddo e a volte anche ironico”.

Quest’azzeccata considerazione fa parte del saggio di Laura Ga-sparini, curatrice di Walker Evans Italia, catalogo  della mostra  di fotografie di Evans provenienti da collezioni pubbliche e private del nostro Paese tenutasi dal maggio al luglio 2016 a Reggio Emilia, Palazzo Magnani.

Altre ragioni per considerare a 80 anni di distanza questo autore come molto importante e punto di riferimento attuale, provengono da Walter Guadagnini, per cui

Evans “sceglie il paesaggio come tema principale; e non il paesaggio che circonda la città ma piuttosto la città stessa con il suo rapporto con l’ambiente”. Fa eco Giulia Veronesi (citata da Guadagnini) che definisce la visione di Evans “Scarnificata e rigorosa, senza alcuna compia-cenza estetizzante...” che pre-senta “...un’America innocente e naturale...senza grattacieli nè cowboys, Evans ha guardato semplici case e uomini”.

La lista di contemporanei che - per loro stessa soddisfatta am-missione - hanno contratto da Evans il virus di questo tipo di visione comprende nomi come Basilico, Ghirri, Barbieri, Guidi.

Confortato da tali acute osser-vazioni, preziose per la pratica fotografica - che compaiono qui nei riquadri - consiglio vivamen-te sia il volume qui presentato (Walker Evans Italia a cura di Laura Gasparini, Silvana Editoriale, 2016 - euro 19,55 su Amazon) specie per le conside-razioni e le interviste contenute, sia come caposaldo dell’opera dell’autore il volume (ristampa del catalogo della mostra del 1938, con il bel saggio di Lincoln Kirstein che ho citato) American Photographs, The museum of modern art, New york, 2012, di più difficile reperimento. Oppure il completissimo Walker Evans. La Soif du regard, a cura di Gilles Mora e John T.Hill,  Editions du Seuil, 1993, uscito anche in inglese col titolo Walker Evans. The hungry eye.                G.V.


Vedere, non occultare

“ In Evans vi è quel raro equilibrio tra consapevolezza e semplicità che è solo di uno sguardo libero, liberato da costruzioni preordinate... E importante... il suo modo di costruire l’immagine, rigorosamente prospettico e frontale, ma che sembra dimenticare, per lievità e trasparenza, pur facendo aderire a severi codici geometrici. 
Niente deserti o terre desolate, ma un paesaggio di singolare armonia con l’uomo. La luce stessa è usata per pervenire a questo scopo. 
Usata in maniera totale e coinvolgente, nessuna zona oscura nella realtà e nella fotografia, che è il linguaggio per vedere e descrivere e non per occultare, nascondere, trasformare” 
(Luigi Ghirri)

Sotto, la copertina del catalogo della mostra di Reggio Emilia.

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